DERIVA MERIDIONALE. ANCHE L’EUROPA DENUNCIA IL LASSISMO ITALIANO NEGLI INVESTIMENTI PUBBLICI AL SUD

di Ercole Incalza

Il Foglio, 18 Ottobre 2019

Gli investimenti pubblici con risorse nazionali effettuati nelle regioni del Mezzogiorno sono più del 29% in meno rispetto agli impegni assunti dall’Italia con l’Unione europea.

Marc Lemaitre, direttore generale della direzione delle Politiche regionali dell’Unione europea, ha detto che quando si faranno i conti alla chiusura dell’apposito Programma 2014-2020 si profilerà la possibilità di un taglio al volano di risorse assegnate, un volano pari a 44 miliardi. Lemaitre lo ha annunciato a margine della conferenza stampa della settimana dedicata alle Politiche di coesione. In particolare Lemaitre ha precisato: “Spesso ci sentiamo dire che la politica di coesione nonproduce nulla di positivo per lo sviluppo del Mezzogiorno. Ma voglio richiamare l’attenzione sulla consistente riduzione degli investimenti nazionali al sud fino al punto di neutralizzare e rendere vano lo sforzo europeo nella politiche regionali nel Mezzogiorno”. Sempre Lemaitre ha ricordato che tra il 2014 e il 2017 l’Italia si era impegnata a realizzare investimenti nel sud per un importo allo 0,47% del pil delle regioni del Mezzogiorno ma non siamo andati oltre lo 0,38 (oltre del 30% in meno). A fine programma la Commissione potrà decidere di operare una correzione, cioè un taglio dei fondi. Questa triste constatazione non la troviamo nè nel Programma 2001-2007, nè in quello del 2007-2014. In realtà prima o poi qualcuno avrebbe scoperto il comportamento ipocrita dello stato, uno stato che, addirittura negli anni 80, dopo la chiusura della Cassa del Mezzogiorno, si era impegnato ad assegnare al Mezzogiorno risorse, per la sua infrastrutturazione, non inferiore al 30% del valore globale delle assegnazioni annuali per tale finalità. In realtà però dal 1989 fino al 2001 mediamente la soglia percentuale non aveva superato mai il 15-20. Solo nel 2001 con la L. 443 (“legge obiettivo”) il Parlamento approvò il Programma delle infrastrutture strategiche che conteneva un quadro di opere il cui valore di quelle ubicate nel Mezzogiorno superava il 35%.

Annualmente, grazie all’allegato Infrastrutture al Documento di economia e finanza, il Parlamento verificava se realmente veniva rispettato questo impegno. Poi nel 2015, come d’altra parte denuncia Lemaitre, crolla questo impegno e ritorna il vecchio atteggiamento ipocrita che riteneva le risorse comunitarie non aggiuntive ma sostitutive, che interpretava la straordinarietà solo come dimensione finanziaria e non come azione programmatica e strategica. In realtà dal 2015 non si è aggiunto nulla, ripeto nulla, alle opere programmate e approvate nel 2014 e inserite nel Programma delle infrastrutture strategiche.

Lo so le scelte politiche, le scelte e le non scelte dei ministri e dei governi non sono sottoposte al controllo della Corte dei Conti e, quindi, non possono essere considerate o interpretate come “danno all’erario” ma i mancati impegni e, soprattutto, le false dichiarazioni sulla essenzialità del Mezzogiorno per la crescita del Paese sono comportamenti che annullano la credibilità dello stato da parte dei cittadini del Mezzogiorno. Sicuramente una grande responsabilità è da addebitare anche alle varie amministrazioni regionali, ai vari presidenti delle regioni, perchè penso avrebbero dovuto non solo denunciare una simile linea comportamentale e chiedere con atti formali il rispetto di un impegno, il rispetto di una obbligata condizione necessaria a ridurre una distanza di cui spesso dimentichiamo la dimensione: il pil procapite del Mezzogiorno è di 18.000 euro e quello del centro-nord di 34.000 euro con punte di 40.000 euro. E questo riequilibrio, vorrei gridarlo, non avviene con operazioni come gli “80 euro” di renziana memoria o con il “reddito di cittadinanza” ma avviene solo realizzando davvero gli investimenti in infrastrutture nel territorio meridionale. Voglio ricordare che seguendo gli indirizzi strategici della legge obiettivo eravamo riusciti nel 2014 a togliere dall’obiettivo uno, cioè dall’area definita dall’Unione europea come “ambito regionale sottosviluppato”, tutte le regioni del Mezzogiorno e inserirle nella fascia di “ambiti regionali in transizione”.

Mai così pochi investimenti   

Quello che ha denunciato Lemaitre ci preoccupa specialmente se si considera che gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno sono calati in maniera consistente e oggi, come detto prima, sono al livello più basso di sempre: meno dello 0,4% del pil del Mezzogiorno stesso, in Europa centrale siamo vicini al 4, quindi dieci volte di più. Se questa denuncia l’avessi fatta io sarebbe rimasta una gratuita e inutile denuncia ; se l’avesse fatta un politico del Mezzogiorno sarebbe rimasta viva per l’arco temporale di un convegno; se l’avesse fatta un politico di un partito dell’opposizione all’attuale o alla passata maggioranza sarebbe stata interpretata come una normale contrapposizione priva di adeguate motivazioni oggettive, mentre a una denuncia formulata da un alto funzionario dell’Unione europea, da un alto funzionario che si confronta quasi giornalmente con la Commissione Sviluppo regionale del Parlamento europeo, prende corpo un senso di delusione e di grande preoccupazione per il futuro non di una realtà territoriale del Paese ma dell’intero Paese; infatti io insieme a molti altri, a differenza di chi ha governato l’Italia nell’ultimo quinquennio, siamo convinti che una crescita non può avvenire fin quando avremo distanze così elevate tra alcuni indicatori del Mezzogiorno e quelli della parte restante del Paese.

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