Giuseppe Pasini: “Basta punire le imprese con le tasse”

di Stefano Filippi

La Verità, 28 Ottobre 2019

Il presidente degli industriali di Brescia, che molti vorrebbero a capo di Confindustria: “Al governo chiediamo di essere accompagnati, non ostacolati. La politica non ci capisce, per Conte e Di Maio siamo dei privilegiati”

Gli imprenditori di Brescia lo vedrebbero bene al timone di Confindustria dopo Vincenzo Boccia. Giuseppe Pasini, 58 anni, numero uno degli industriali bresciani e componente della Giunta di Confindustria, è il presidente del gruppo Feralpi, azienda siderurgica di Lonato: oltre 1.500 dipendenti, 1,32 miliardi di euro di fatturato, produzione annua di 2,5 milioni di tonnellate. Un’azienda nata per recuperare rottami ferrosi che ha fatto della sostenibilità un modello di business: oggi dai camini delle sue fabbriche non esce un filo di fumo, tutto recuperato per produrre calore in una centrale di teleriscaldamento, mentre le polveri sono filtrate e trasformate in materiali inerti chiamati “green stone”. 

Accetterà la candidatura che le è stata offerta?

“Intanto devo ringraziare i miei associati. Sto riflettendo. Abbiamo davanti ancora qualche mese”.

Momento difficile per gli imprenditori siderurgici…

“L’opinione negativa sui produttori di acciaio risale a diversi anni fa”.

Padroni delle ferriere?

“Sono idee vecchie. Noi, per esempio, abbiamo investito molto sulla sostenibilità ambientale e sociale, fino a farne un punto di forza. L’acciaio non è “old economy”, una produzione inquinante. La nostra azienda dimostra il contrario, cioè che lo si può produrre in maniera pulita”. 

Feralpi partì 51 anni fa per recuperare i rottami ferrosi impiegando elettricità per i forni di fusione: per voi l’economia circolare non è una scoperta recente.

“Vi siamo dentro fin dall’origine. Un’auto a fine vita può diventare lamiera per navi, travi per costruzioni edili, tondi per il calcestruzzo delle infrastrutture, acciaio inox per le cucine”. 

Qui, a fette, è arrivata anche la Costa Concordia.

“E abbiamo riciclato anche lei. L’acciaio è uno dei prodotti cardine dell’economia circolare e fatico a farlo capire alla politica. Negli ultimi 15 anni chi ha investito nella sostenibilità ha fatto il 15% in più. Ma il vero valore aggiunto dell’essere sostenibili è che ogni persona viene responsabilizzata. Tutti, dal manager all’operaio, sono coinvolti nel migliorare le condizioni di lavoro e dell’ambiente. E questo è un fattore di crescita. Una crescita mentale: è una cultura che si forma”. 

Ha mai fatto un pensiero all’ex Ilva di Taranto?

“No. Per 10 anni ho fatto il presidente di Federacciai e ho conosciuto bene la famiglia Riva, l’ingegnere Emilio, il fratello, i figli, i nipoti. Il trattamento che hanno ricevuto dovrebbe imporre una lunga riflessione a qualunque italiano dovesse andare a Taranto. Se Mittal dovesse uscire, difficilmente si troverebbe qualche italiano disposto ad avvicinarsi”.

I Riva hanno commesso errori?

“Quello che posso dire è rilevare un’assenza a Taranto: quella della politica”. 

Si è lasciato che la salute diventasse nemica del lavoro, e viceversa.

“Ecco perchè mi fa piacere che chi viene a visitare la mia fabbrica trovi rispetto ambientale e i lavoratori motivati e orgogliosi di fare parte di una comunità che lavora l’acciaio. Il senso di appartenenza è importante. Quando viene a mancare e l’ambiente diventa ostico, la politica si tiene alla larga, com’è successo a Taranto”. 

Intende l’amministrazione locale?

“Non solo: un complesso produttivo come quello, con 14.000 dipendenti, è strategico per il Paese intero. Invece lì è mancato tutto. Mi auguro che Mittal rimanga, e lo dico da appassionato dell’acciaio, perchè altrimenti non so che fine farà l’azienda. Chi potrebbe metterci le mani se non loro, che sono i primi produttori al mondo di acciaio con cento milioni di tonnellate all’anno?”. 

Come imprenditore del Nord, che rapporti ha con la politica?

“Al Nord c’è un forte elettorato della Lega e sul territorio i leghisti penso abbiano fatto cose egregie. Noi a Brescia, per esempio, abbiamo sbloccato con il loro aiuto la tangenziale della Valtrompia, ostacolata dai 5 stelle. Un territorio molto produttivo, con eccellenze come la Beretta armi di Gardone, è servito da una strada vecchissima. Ora finalmente i lavori partiranno”. 

Questa è la Lega sul territorio. E a Roma?

“Abbiamo visto tutti com’è andata a finire. La Lega aveva le mani legate e quello era comunque un governo con due anime diverse”. 

Lei come si è trovato con Di Maio ministro?

“Di Maio ministro non sono riuscito mai a vederlo: in Confindustria ho la delega all’energia, che veniva trattata dal sottosegretario Crippa. E non nego di aver avuto qualche difficoltà a fargli capire che cosa volesse dire per noi avere strumenti che ci consentissero di competere all’estero con le imprese europee. Ora il nuovo ministro Stefano Patuanelli si è tenuto la delega e spero si possa aprire un discorso diverso, magari in continuità di quanto fatto con il ministro Carlo Calenda”. 

Cioè “Industria 4.0”?

“Appunto. Per esempio, le nostre imprese avevano potuto contare su una tariffa elettrica competitiva. Con Calenda si era costruito qualcosa di importante. Con Patuanelli e i ministri economici del Pd vedremo”.

Che cosa chiede oggi l’imprenditoria del nord al governo?

“La manovra parla poco di crescita. Ma sono realista, forse questo governo in questo momento non poteva fare di più. Siamo riusciti ad avere un minimo di dialogo con Bruxelles che ci ha permesso di ridurre lo spread e in un momento difficile di tutta l’economia europea possiamo guardare al prossimo anno con un minimo di fiducia. Ma le iniquità che la manovra contiene sono parecchie”.

Per esempio?

“La tassa sulla plastica colpisce le imprese, i consumi, i cittadini e va contro il cavallo di battaglia di questo governo, cioè l’economia circolare. Le imprese non vanno punite a colpi di tasse, al contrario bisogna dare loro il tempo di riconvertire la produzione. Lo stesso vale per le tasse sulle merendine o sulle bibite. Qui a Brescia abbiamo la Tassoni, che è un’eccellenza italiana: perchè devi colpire le aziende del territorio? Il rischio è che si vada a produrre all’estero”.

Ma le aziende di che cosa hanno bisogno?

“Di essere accompagnate nella trasformazione. L’ondata del “new green deal” partita con la nuova Commissione UE e sposata da tutti gli Stati va benissimo, possono nascere ottime opportunità. Ci sono tuttavia anche rischi. Nel 2030 le immissioni dovranno essere ridotte del 50-55%: è un obiettivo importante che però la tecnologia attuale rende molto difficile da raggiungere. Le imprese dovranno investire parecchio nella ricerca e nell’innovazione per arrivare a quei numeri”. 

Ricerca, innovazione e nuovi macchinari.

“E poi giorno dopo giorno vanno affrontati il mercato, le richieste dei clienti, i mercati esteri, i dazi, la Brexit. Ci manca solo un governo che metta altri ostacoli”. 

La politica ha ancora pregiudizi verso gli imprenditori? Di Maio vi avete chiamato “prenditori”.

“Anche Conte credo abbia un’opinione analoga. Quando venne a Brescia l’anno scorso trattò le imprese come soggetti privilegiati. E davanti aveva una platea di industriali che si alzano ogni mattina alle 6 per andare in fabbrica”. 

Ma che guadagnano un pò più dei loro operai.

“Se l’azienda va bene, non vedo niente di male se un imprenditore fa anche un pò di dividendo: è il premio del rischio. Ma so che un buon imprenditore, prima del dividendo, pensa sempre a far crescere l’azienda. A noi in Feralpi è capitato per anni di non fare dividendo e abbiamo continuato ad investire”. 

La sua è un’impresa familiare. 

“Come moltissime imprese del Nord. E queste famiglie nei momenti di crisi hanno garantito alle aziende di andare avanti perchè hanno saputo guardare oltre. Feralpi fu fondata da mio padre e stiamo preparando la terza generazione. Nelle aziende familiari sono due i fattori chiave: l’inserimento in ruoli di responsabilità di manager preparati e l’internazionalizzazione. Nel 1992 rilevammo un’acciaieria nell’ex Germania est, per la prima volta andavamo all’estero: c’erano rischi, abbiamo avuto coraggio e ci siamo strutturati. Ora in Germania, che è il maggiore produttore e consumatore europeo di acciaio, facciamo il 50% del nostro fatturato”. 

Come vi sentite trattati dalla politica? Abbandonati, non capiti, trascurati?

“Non capiti, questo si. In modo particolare dal governo che c’era prima. Adesso speriamo di aprire un rapporto diverso”. 

Che aria tira tra le imprese del Nord? 

“Per il 2020 siamo preoccupati. La crisi economica europea, in particolare il rallentamento della Germania nel settore automotive, si farà sentire. Brescia è il secondo cluster italiano dopo Torino per la componentistica. In media le aziende bresciane esportano il 60-62%, ma nella componentistica auto si tocca l’80%. Tutto il Nord ne risentirà perchè la forza delle nostre industrie è l’esportazione”. 

Lei che priorità indicherebbe al governo?

“Prima di tutto le infrastrutture. Secondo le stime dell’Ance, l’associazione dei costruttori edili, sono fermi i lavori infrastrutturali per 70 miliardi di euro. Sarebbe un volano impressionante per tutta l’economia. E di infrastrutture abbiamo assoluto bisogno: pensiamo all’alta velocità ferroviaria”. 

A proposito: lei è uno degli espropriati per la nuova tratta veloce tra Brescia e Verona. 

“Sono il maggiore espropriato di tutto il lotto. Il cantiere qui davanti resterà aperto almeno 4 anni”.

E rimane favorevole alla Tav?

“Ci mancherebbe. Ho sempre cercato di trovare soluzioni, mai di mettere ostacoli”.   

 

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