Il Muro tra due menzogne

di Marcello Veneziani

Panorama n. 47 (2019)

Il Muro di Berlino sorse su una menzogna e la sua caduta il 9 novembre di trent’anni fa generò un’altra menzogna. La prima, grande menzogna fu come venne presentato dal regime comunista ai tedeschi dell’est: “barriera protettiva antifascista”, come la definì il capo del regime comunista di Pankow, Walter Ulbricht. Ovvero lo scopo per cui era stato innalzato era di proteggere la Germania comunista da un ipotetico, minaccioso attacco fascista. I fascismi erano ormai morti e sepolti da tanti anni, nuovi fascismi non s’intravedevano all’orizzonte e mai la repubblica “democratica” tedesca fu minacciata alle sue frontiere da qualsivoglia pericolo, infiltrazione o invasione. L’unico vero motivo per cui sorse quel Muro e che la storia tragicamente comprovò fu di impedire la libera uscita dei tedeschi orientali dal loro paese, dalla metà di Berlino, anche solo per riabbracciare famigliari e amici che erano al di là del muro. Centinaia di tentativi, finiti tragicamente, morti sul filo spinato, abbattuti dai Vopos a dimostrare che nessuno voleva introdursi nella Germania comunista ma tanti volevano uscirne. I flussi erano in una sola direzione. Era la prova più evidente del fallimento di un regime poliziesco e repressivo. Ma la mistificazione propagandistica continuava ad agitare il pericolo della reazione in agguato, l’imperialismo fascio-capitalista occidentale…

Dopo ventott’anni quel muro si sbriciolò e tante furono le cause generali ma resta un mistero perché sia avvenuto così, senza resistenze e contrasti. Si disse che il mondo era cambiato, il comunismo aveva perso la sfida col capitalismo occidentale, il mondo si faceva globale, i media volatilizzavano le frontiere e portavano nuovi modelli di vita, il consumismo trionfava. Tre figure, in modi diversi, avevano contribuito a smantellare il Muro: il presidente americano Ronald Reagan e il suo scudo stellare, il papa polacco Karol Woytila e il movimento di Solidarnosc, il presidente russo Mikail Gorbaciov con la glasnost e la perestrojka.

Ma una seconda grande menzogna è poi cresciuta sulle rovine del Muro e della sua memoria e tuttora si tramanda, anzi è accresciuta da quando sono sorti i nazional-populismi e i sovranismi. Si ripete sempre nei discorsi ufficiali, nelle rievocazioni istituzionali e nelle narrazioni dominanti che l’Europa Unita scaturita dopo il crollo del Muro sia nata contro i nazionalismi, in risposta a essi.

Un falso storico grande come il Muro. L’Europa fu possibile, coi suoi trattati, da Maastricht a Schengen e il suo allargamento a est, solo perché era caduto il comunismo, la cortina di ferro; e perché non c’era più l’alibi del bipolarismo est-ovest che costringeva mezz’Europa ad allinearsi all’Urss e l’altra metà agli Stati Uniti. Non era stato l’ostacolo dei nazionalismi a impedire l’unificazione europea. Dopo il ’45 il nazionalismo era stato sconfitto o era ininfluente, marginale coi regimi autoritari di Spagna e Portogallo. L’unico nazionalismo vigente in Europa dopo la guerra era franco-europeista, in funzione anti-egemonia americana: fu il sogno dell’Europa delle patrie, dall’Atlantico agli Urali, del Generale Charles de Gaulle.

Dunque è solo una bufala politica e storiografica che l’Europa si sia unita affrancandosi dai nazionalismi. Il paradosso aggiuntivo è che più passano gli anni e più si accentua la fiaba antinazionalista dell’Europa mentre è scomparso nelle nebbie dell’amnesia collettiva e istituzionale l’eredità pesante del comunismo e le cicatrici che lasciò in mezza Europa.

Si legge la caduta del Muro come un trionfo della società globale senza confini. Si abusa anzi della retorica sui muri da abbattere per giustificare i massicci flussi migratori e il diritto soggettivo e assoluto di ciascun abitante del pianeta di cambiare paese. Si dimentica un’elementare realtà: i muri più infami non sono quelli che impediscono di entrare, senza passaporto, a chiunque decida di venire, ma quelli che impediscono di uscire, nonostante il passaporto, ai propri cittadini in regola con le leggi, con lo Stato, con il fisco.

Cadendo, il Muro di Berlino lasciò aperto il mondo ma in due direzioni opposte: una verso la globalizzazione e la società senza frontiere, l’altra verso le identità locali e nazionali. Del resto il Muro crollato non rese solo più aperto il mondo, ma unificò anche una nazione lacerata, come la Germania. Finì il dramma tedesco, una nazione martoriata da due sconfitte, due totalitarismi e dall’infamia della Shoah.

La Germania riunita diventò esempio per le altre aspirazioni nazionali represse, a partire dall’est uscito dal comunismo. Il mondo non si fece unipolare, soggetto al Nuovo Ordine Mondiale; ma la frontiera tra est e ovest traslò in una barriera invisibile tra nord e sud del pianeta, tra centro e periferie, tra Occidente e Islam.

Insomma la storia non finì tra le braccia dell’Impero americano e della democrazia liberale, come pensarono in quel tempo George Bush e il suo consigliere Francis Fukuyama. Ma riprese con altri scenari e altre linee di confine, altri spartiacque.

Il Muro di Berlino lasciò due eredi, non uno solo, e due diverse idee dell’Europa. Una come integrazione delle nazioni in un progetto confederale e l’altra come disintegrazione delle nazioni in un progetto cosmopolitico. Nazionalismo e internazionalismo, anzi sovranismo e globalitarismo ne sono i risultati.

Con quel Muro finì una storia, se ne aprì un’altra. La nostra. Il mare è aperto ma tra le sue acque è riemerso l’arcipelago delle identità.

 

 

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