Il rifiuto del maggioritario è la trincea dell’establishment consociativo italiano

di Eugenio Capozzi

L’Occidentale, 20 gennaio 2020

La sentenza della Corte costituzionale che ha dichiarato inammissibile il referendum in favore di un sistema elettorale pienamente maggioritario promosso dalla Lega, e la parallela presentazione da parte della coalizione giallo-rossa di una proposta di legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%, offrono lo spunto per una riflessione più ampia sul sofferto rapporto tra la democrazia italiana e le leggi elettorali in epoca repubblicana.

La prima considerazione che salta agli occhi è che esiste nel sistema politico italiano, pur attraverso notevoli cambiamenti delle stagioni e degli equilibri politici, una prevalente tendenza al rigetto del principio maggioritario.

Agli esordi del nuovo regime pluralista negli anni del dopoguerra l’eredità pesante della dittatura mussoliniana, l’estrema frammentazione tra i partiti antifascisti, la divisione ideologica radicale tra comunisti e anticomunisti convergevano nell’orientare l’ordinamento democratico verso un sistema elettorale che non trasformasse le consultazioni in uno scontro frontale e non assegnasse una maggioranza blindata ai vincitori, ma piuttosto stemperasse in qualche misura le divisioni favorendo accordi parziali e compromessi: tanto che nel dibattito costituente vi furono forti pressioni per inserire addirittura il sistema elettorale proporzionale nella Carta costituzionale.

Nei decenni successivi, però, divenne sempre più evidente come il sistema elettorale proporzionale producesse effetti collimanti con caratteristiche tipiche del sistema politico-istituzionale italiano fin dall’epoca prefascista. Esso era diventato in qualche modo una “chiave di sicurezza” per la permanenza al potere della classe politica nel suo complesso; e, indirettamente, un potente fattore di saldatura di tutta la classe dirigente che orbitava intorno alla macchina statale (burocrazia, magistratura, sistema formativo, imprenditoria variamente legata al finanziamento pubblico). In altri termini, la proporzionale significava continuità del potere nei ministeri e nelle amministrazioni locali, e spartizione obbligata delle risorse pubbliche e dell’apparato tra clientele facenti capo a differenti partiti e correnti, con effetto di redistribuzione “a pioggia” e stabilità del consenso. Tendenze che non erano nuove, ma affondavano le radici nell’epoca post-risorgimentale, quando élites sociali e politiche fragili si erano consolidate grazie ad un mix di centralismo amministrativo e particolarismo localistico, attuato grazie a maggioranze politiche “trasformiste”: che venivano giustificate già allora con la necessità di unire la parte moderata del paese contro i pericoli dell’estremismo eversivo, come poi sarebbe accaduto con le composite coalizioni centriste dell’epoca repubblicana.

Con l’avvento della democrazia partitica e ideologizzata la proporzionale diventava, allora, il nuovo ago della bilancia del sistema, il sismografo attraverso il quale si misuravano continuamente le oscillazioni nella forza dei vari soggetti politici, per riassestare in base ad esse gli equilibri di potere, in una logica che sarebbe stata definita in seguito “consociativa”.

La simbiosi istituitasi in epoca repubblicana tra sistema consociativo, democrazia “bloccata” e sistema elettorale proporzionale ha dato luogo a due fenomeni in apparenza opposti, ma in realtà complementari. Da un lato, pressoché tutti i settori politici e gli intellettuali critici verso quell’assetto di potere e in lotta per una “democrazia compiuta” – a partire dalla battaglia condotta da Giuseppe Maranini contro la partitocrazia – hanno criticato, talvolta ferocemente, il sistema proporzionale, caldeggiando al suo posto quello maggioritario di modello anglosassone o francese (talvolta in associazione con una riforma costituzionale di tipo presidenzialista). Dall’altro, la difesa del proporzionalismo ha rappresentato, in periodi e modi diversi, una essenziale trincea per tutte le forze schierate a salvaguardia di una democrazia “consensuale”, contrarie ad una logica competitiva implicante lo “spoils system” ed una maggiore autonomia del potere esecutivo. Forze che tendono a coincidere con partiti e gruppi parlamentari più radicati nella gestione dello Stato, quando sfidati da attori nuovi in ascesa; ma che, spesso, inglobano rapidamente anche questi ultimi, quando essi si convincono di poter ottenere di più, in termini di potere, dalle alchimie e geometrie parlamentari piuttosto che dall’appello diretto agli elettori.

Poiché la Corte costituzionale rappresenta – per le sue dinamiche di formazione – il distillato degli equilibri politici sedimentati in Italia nel tempo, non c’è da stupirsi se essa ha sempre esercitato una resistenza – sfociata in alcuni casi in aperto ostruzionismo – verso le proposte referendarie volte ad introdurre un sistema elettorale maggioritario, dichiarandole inammissibili o stabilendo criteri estremamente selettivi per la loro ammissione, al limite della contraddittorietà logica (in particolare quello più volte ricordato in questi giorni, che esclude da un lato la “manipolatività” dei quesiti, dall’altro qualsiasi “vuoto normativo” implicato da un loro eventuale successo). Un’avversione gradita, volta a volta, a partiti e leader politici schierati contro democrazia bipolare/bipartitica ed esecutivi forti, in nome del legame inscindibile tra maggioranze di governo e accordi maturati nelle aule parlamentari.

Così, da quando, nel 1990, giunsero all’esame della Consulta le prime proposte di referendum per il maggioritario promosse dal Movimento per la riforma elettorale di Mario Segni, il percorso delle proposte in tal senso è stato sempre denso di ostacoli, costringendo spesso i comitati referendari a vere e proprie acrobazie giuridiche per aggirare le condizioni ostative poste dai giudici costituzionali. Un percorso ulteriormente complicato, nei casi in cui le proposte hanno passato il severo esame, dal boicottaggio del voto posto in atto dalla classe politica ugualmente orientata in senso ostruzionistico con l’obiettivo – conseguito nel 1999 e nel 2000 – di non far scattare il quorum per la validità delle consultazioni.

E anche quando, come nel 1993, un referendum anti-proporzionalistico non soltanto è stato dichiarato ammissibile dalla Consulta ma ha prevalso in misura schiacciante nel voto popolare, e la legge adottata successivamente ha accolto almeno in parte la richiesta degli elettori, l’articolazione maggioritaria del sistema politico italiano non è durata a lungo. Dopo poco più di un decennio, infatti, Silvio Berlusconi – che proprio grazie ad un sistema prevalentemente maggioritario come il “Mattarellum” aveva potuto vincere due volte le elezioni con ampio margine e aveva conquistato un ruolo di assoluta preminenza nella dialettica democratica italiana – si lasciò convincere nel 2005 dai centristi post-democristiani ad abbandonare l’impianto anglosassone dell’uninominale per tornare, con la legge Calderoli, ad un sistema proporzionale (per giunta caratterizzato dalle liste bloccate che aumentavano ancora il potere di controllo degli apparati partitici) benché corretto da un premio di maggioranza.

Da allora abbiamo assistito ad un lento, ma continuo processo di erosione della logica maggioritaria, che è sopravvissuta soltanto in parte, tanto nel progetto renziano (mai entrato in vigore) del cosiddetto Italicum, quanto nella legge Rosati oggi ancora in vigore. Un processo di cui il micidiale uno-due costituito dall’accoppiata tra la sentenza della Corte di qualche giorno fa e dal progetto di legge proporzionalistico (sempre a liste bloccate) giallo-rosso rappresenta soltanto il logico compimento.

Per ora, in assenza del pronunciamento popolare, ha prevalso la forza di resistenza degli apparati, ai quali si sono uniti sostanzialmente anche i newcomers dei 5 Stelle. Un apparato, per giunta, in questo caso dominato dal proposito fondamentale di mantenere in piedi maggioranza e seggio parlamentare di fronte alla prospettiva di una vittoria schiacciante del centrodestra a guida salviniana, che una legge integralmente maggioritaria-uninominale avrebbe senza dubbio agevolato.

Il centrodestra, dal canto suo, ha tutto l’interesse, invece, a favorire un ritorno deciso al maggioritario, perché dispone di una coalizione molto coesa dalla leadership inequivocabile, al contrario del frammentatissimo mondo della sinistra e dei pentastellati. E perché l’obiettivo di un rafforzamento dell’esecutivo è quasi unanimemente condivisa dai suoi elettori, in genere esasperati per gli ostacoli alla governabilità da parte delle varie branche dell’establishment.

Per questo motivo la coalizione Meloni-Salvini-Berlusconi farebbe bene a presentarsi agli elettori con un profilo ancor più caratterizzato in tal senso: promettendo, in caso di vittoria elettorale, di varare immediatamente una legge corrispondente a quello che sarebbe stato l’esito del referendum bocciato, e di mettere in cantiere un progetto di riforma costituzionale in senso presidenzialista, per porre definitivamente fine alle spartizioni consociative. Un tale programma, peraltro, sarebbe sicuramente gradito anche a buona parte degli elettori del campo avverso.

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