Intervista a Mons. Giampaolo Crepaldi. “Non esiste alcun diritto di emigrare”

di Lorenzo Bertocchi

L’arcivescovo di Trieste: “La dottrina sociale della Chiesa è chiara: i popoli devono rimanere nelle loro terre. La politica decide se accogliere o no, la religione deve annunciare Cristo. Ma forse qualcuno se n’è scordato…”

A leggere alcuni proclami sull’accoglienza dei migranti sembra di trovarsi davanti a un nuovo dogma. C’è, si, un innegabile imperativo di assistenza umanitaria, ma anche una distinzione tra assistere e accogliere. E la dottrina sociale della Chiesa cattolica non avalla affatto l’indiscriminata accoglienza spesso predicata assumendo toni di scelta politica. La Verità ha incontrato monsignor Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste e presidente dell’Osservatorio cardinale Van Thuan sulla dottrina sociale, per cercare di capire come interpretare il problema senza cadere in facili slogan.

Monsignor Crepaldi, si moltiplicano gli appelli all’accoglienza, spesso anche da parte di uomini di Chiesa. Quali sono i criteri che la Dottrina sociale offre per affrontare il problema delle migrazioni senza precipitare nel vuoto buonismo?

“Non potendo andare tutti a Lampedusa ad accogliere immigrati bisogna impegnarsi con una buona politica, la quale deve sempre perseguire il bene comune, che non è solo quello degli immigrati, ma anche quello della nazione accogliente e quello del bene della comunità universale”.

Quindi?

“Quindi le politiche dell’immigrazione devono considerare i bisogni di chi chiede accoglienza e, nello stesso tempo, interrogarsi sulle reali possibilità di integrazione. Oltre all’assistenza immediata ci sono altri problemi”.

Quali ad esempio?

“Combattere la criminalità organizzata che organizza gli sbarchi, disincentivare la collusione di alcune Ong, non scaricare tutta la responsabilità sull’Italia ma favorire la collaborazione europea e mediterranea e così via. La carità personale getta spesso il cuore oltre l’ostacolo, ma la politica deve regolare l’accoglienza in modo strutturale nella tutela del bene di tutti”.

Secondo il decimo report del vostro Osservatorio, la questione del rapporto con l’islam assume chiaramente una rilevanza politica e deve perciò essere giudicata anche con i principi della dottrina sociale. 

“La politica deve prima di tutto conoscere le religioni di cui si occupa, altrimenti non esercita la propria razionalità politica. Questo è un dovere che va attuato anche nei confronti dell’islam. E’ un compito, in un certo senso, anche della Chiesa, che non dovrebbe limitarsi al solo dialogo interreligioso o predicare una accoglienza generica e indifferentista. Anche la Chiesa dovrebbe valutare l’islam – come del resto le altre religioni – alla luce dei principi della sua dottrina sociale”.

Cosa significa questo per l’integrazione dei migranti di fede islamica?

“L’integrazione autentica richiede questa valutazione, nel rispetto di tutti, compreso l’islam, che certamente non ha interesse a essere considerato diversamente da quello che è. Per conoscere una religione però, bisogna rifarsi alla sua teologia, alla sua visione di Dio, la quale richiede sempre al fedele una coerenza rispetto ai suoi principi. Questa coerenza teologica si impone sempre, prima o dopo. Le discussioni sull’islam “moderato” o “europeo” qui cadono”.

Che intende?

“Non bisogna far finta che nella teologia islamica non ci siano elementi che rendono difficile l’integrazione”.

Quali?

“L’idea di Dio come volontà, le sue leggi come decreti a cui obbedire alla lettera, l’impossibilità di un diritto naturale, la coincidenza tra legge islamica e legge civile, la distinzione antropologica tra categorie di persone, la priorità della Umma sull’umanità allargata , l’espansione come conquista…”.

C’è sempre la possibilità che l’islam evolva…

“Illudersi che queste e altre caratteristiche possano mutare è ingenuo, come pensare che un cattolico possa rinunciare alla Trinità di Dio e all’incarnazione di Gesù”.

Per qualcuno sembra che il fenomeno dell’immigrazione sia ineluttabile e l’unica soluzione sia la società multietnica fatta di diverse culture e religioni. Lei che ne pensa?

“Bisogna distinguere tra le situazioni di fatto e quelle di diritto. Può darsi che il fenomeno delle migrazioni di fatti continui, ma nessuno può dire che sia in sè un bene”.

Per la Chiesa non lo è?

“I vescovi dell’Africa invitano i loro giovani a non emigrare e la dottrina sociale della Chiesa dice che esiste prima di tutto un diritto a “non emigrare” e a rimanere nella propria nazione e presso il proprio popolo. Del resto, si sa che dietro la marea migratoria si celano molti interessi anche geopolitici. Le migrazioni non sono quindi un bene in sè. Dipende se servono il bene dell’uomo o no”.

Molti dicono che sono ineluttabili.

“Se non sono un bene in sè non sono nemmeno ineluttabili. Lo stesso dicasi per la società multireligiosa: non è un bene in sè, essa è a servizio del bene comune, che rimane il fine ultimo della comunità politica. Ci sono religioni che propongono e impongono prassi contrarie al bene dell’uomo, come la superiorità del maschio sulla femmina o le mutilazioni genitali. Dire che è un bene in sè significa rinunciare a valutare le religioni con un criteriodi verità”.

In un celebre discorso, il cardinale Giacomo Biffi disse che a proposito dell’immigrazione “dovere statutario del popolo di Dio è di far conoscere Gesù di Nazareth e il suo necessario messaggio di salvezza”. Questo compito della comunità cristiana non viene messo un pò in secondo piano oggi?

“L’evangelizzazione e la promozione umana vanno insieme. Questo vuol dire che la promozione umana non può sostituire l’evangelizzazione. Accogliere e integrare può essere l’obiettivo della politica, ma la Chiesa ha un obiettivo che va oltre: annunciare Cristo. Ritengo che oggi ci sia la tentazione di fermarsi prima dell’annuncio”.

Sempre secondo Biffi, “poichè non è pensabile che si possano accogliere tutti, è ovvio che si imponga una selezione”. Lui indica chiaramente che “la responsabilità di scegliere non può essere che dello Stato italiano, non di altri”. Sembra una considerazione di buon senso, eppure oggi pare sostituita da un “ecumenismo” dal sapore politico. Sbagliava forse il cardinale Biffi?

“L’ecumenismo politico, che accoglie tutte le religioni indiscriminatamente, significa l’abdicazione della politica al proprio dovere di perseguire il bene comune, che non è una semplice convivenza ordinata. Ci sono aspetti delle religioni che mettono in pericolo questa convivenza ordinata. Bisogna però anche rovesciare il ragionamento”.

Cioè?

“La ragione politica occidentale si è indebolita e tollera ormai tutto. Essa nasconde questa sua debolezza trasformando in valore la sua indifferenza religiosa. Il debole, come diceva F. Nietzsche, si difende trasformando in virtù la propria miseria. Così fa anche l’Europa che chiama tolleranza religiosa l’indifferentismo religioso”.

Troppa tolleranza è sbagliata?

“La politica deve essere tollerante ma non può tollerare il male da qualsiasi parte esso venga, comprese le religioni. Le politiche religiose, fatta salva la dignità delle persone, devono tenere conto di queste differenze sia nell’accogliere che nell’integrare e non può mai fare di ogni erba un fascio”.

(La Verità, 14 Gennaio 2019)

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