No al razzismo ma niente censura

di Francesco Maria Del Vigo

Il Giornale, 31 Ottobre 2019

In Italia, evidentemente, abbiamo un grosso problema di razzismo. Un’emergenza nazionale. Anzi, a giudicare dalla solerzia del governo, combattere l’odio è la priorità, il primo punto nell’agenda dell’esecutivo. Seguito a un’incollatura dall’innalzamento delle tasse, come dimostrano le cronache politiche di questi giorni. Ieri il Senato ha approvato la mozione Segre sull’istituzione di una «Commissione straordinaria per il contrasto ai fenomeni dell’intolleranza, del razzismo, dell’antisemitismo e dell’istigazione all’odio e alla violenza». Il centrodestra si è astenuto. La mozione parte dai vergognosi attacchi antisemiti alla senatrice a vita Liliana Segre. Ma siamo sicuri che il miglior modo per arginare l’odio razziale sia una commissione straordinaria? Perché è sempre pericoloso misurare le opinioni altrui con il righello del codice penale. L’ombra del bavaglio si affaccia sempre quando si vuole recintare con il filo spinato la libertà di parola. Nel caso Segre non v’è dubbio: si tratta di antisemitismo e, come tale, va perseguito. Ma, in tutti gli altri casi, chi deciderà se siamo di fronte a critiche legittime o a razzismo e istigazione all’odio? Sia chiaro: arginare l’odio è sacrosanto, comprimere la libertà di espressione è diabolico. E troppo spesso, in questo Paese sempre pronto a trasformare il confronto in tifoseria, con la scusa del politicamente corretto si è cercato di silenziare le voci fuori dal coro, cioè tutto quello che non va a genio alla sinistra. Potremo ancora dire la nazionalità di chi commette un reato o verremo bollati come seminatori di odio? Salvini potrà ancora dire prima gli italiani o verrà zittito come un pericoloso razzista? Le incognite sulla strada della commissione sono tante, troppe. Perché, purtroppo, i politici non sono tutti come Liliana Segre, ed è facile immaginare che ci sia già qualcuno pronto a silenziare l’avversario con l’accusa infamante di razzismo.

E questo governo sembra particolarmente propenso alla censura, basti pensare al caso Radio Radicale. Due giorni fa Luigi Marattin, deputato di Italia viva, ha proposto l’obbligo di registrazione con la carta d’identità per chi vuole aprire un profilo Facebook. Un’ennesima schedatura che, nelle intenzioni del suo promotore, servirebbe a debellare la piaga delle fake news. E anche qui siamo nello stesso vicolo cieco: chi decide cosa si può scrivere e cosa no? Chi stilerà la lista nera di coloro i quali non hanno libera circolazione sui social? (Il paradosso è che la proposta è stata giudicata illiberale dai grillini, che con la loro piattaforma Rousseau sono gli alfieri della profilazione e della schedatura).

Il dibattito sulla libertà di parola e sul confine tra critica legittima e odio illegale durerà a lungo. Ma il razzismo (qualora si tratti effettivamente di razzismo) non si ferma con le commissioni straordinarie, le censure o gli algoritmi. Si ferma con la cultura e la buona politica. Due elementi che sembrano scarseggiare in questo esecutivo. Bavagli e lacci servono solo ad avvelenare il clima e incattivire il Paese.

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