Perchè dobbiamo restare in trincea

di Gian Micalessin

Il Giornale, 11 Novembre 2019

Il Califfo Al Baghdadi è morto, ma la guerra non finita. L’Isis ed il terrorismo islamico in genere sono ancora ben lontani dall’essere sconfitti.

E possono tornare a colpirci e a farci male. I nostri cinque incursori, gravemente feriti nel corso di una delicata operazione in una zona dell’Irak ancora infestata dallo Stato Islamico, lo dimostrano con il proprio sangue. Per questo nessuno deve permettersi di usare quel sangue per invocare il ritiro delle nostre truppe impegnate nella lotta all’Isis. E non solo perché i primi a non volerlo sono quei cinque feriti e i loro colleghi mandati a fare il proprio dovere a Erbil, Kirkuk e Baghdad. Invocare un loro ritiro significherebbe non avere compreso le dinamiche di un terrorismo che si dipana come un serpente invisibile dalle prime linee di Kirkuk ed Erbil fino alle nostre città. Rinunciare a stare sulle prime linee irachene significa rinunciare a quel patrimonio d’informazioni, conoscenze ed esperienze che soltanto chi affronta faccia a faccia il nemico può acquisire. Stare su quel terreno è sicuramente pericoloso, ma anche assai proficuo. Permette di entrare in possesso e di analizzare in tempo reale documenti e informazioni che possono apparire di secondo piano ai nostri alleati americani o curdi, ma si rivelano di cruciale importanza se analizzati con gli occhi di un inquirente italiano, capace di carpirne agganci e correlazione con nomi e situazioni su cui si indaga a Roma, Milano e Napoli. Ma non solo. Avere i nostri soldati in Irak significa occupare le stesse posizioni del nemico e, dunque, affrontarlo prima che abbia il tempo di colpirci nel nostro Paese. Ritirarci nell’errata convinzione di poter affrontare i terroristi esclusivamente sul nostro territorio significa rinunciare alla difesa avanzata. Una forma di difesa indispensabile per individuare e fermare il nemico prima che riesca ad insediarsi stabilmente nelle nostre città. Senza contare la mole d’informazioni ed esperienze che i professionisti delle forze speciali e delle altre unità italiane riescono ad immagazzinare e trasferire alla nostra intelligence, lavorando gomito a gomito con i colleghi di tutto il mondo. Per questo restare in Irak è oggi non solo utile, ma doveroso. Perché solo grazie al sacrificio di quei cinque incursori rimasti feriti ieri saremo domani più protetti e più sicuri.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *