Religione e politica non saranno mai separate

di Rodolfo Casadei

Tempi.it, 3 Settembre 2019

Che un sovranista come Salvini avrebbe fatto ricorso alle simbologie religiose, era del tutto prevedibile

Quando, nel 1988, la Chiesa cattolica ungherese decise di portare in pellegrinaggio in tutte le diocesi del paese la più importante reliquia nazionale, la mano destra del re santo Stefano, tutte le autorità comuniste locali e nazionali parteciparono assiduamente alle celebrazioni per sottolineare che il santo re era all’origine della nazione ungherese. Così Regis Debray si riferisce a ciò che accadde: «Janos Kadar, ultimo capo comunista d’Ungheria, solido pezzo d’uomo che non aveva nulla del taumaturgo, un giorno non ha forse portato a spasso la mano destra di santo Stefano I, reliquia del re fondatore, lungo le frontiere del suo Paese per renderle inviolabili?». In realtà a quel tempo Kadar era soltanto presidente onorario del partito. Per quel che riguarda i simboli religiosi e nazionali dell’Ungheria, la sua fama resta legata al negoziato con cui nel 1978 convinse il presidente americano Jimmy Carter a restituire la corona di santo Stefano, che i militari ungheresi avevano consegnato agli americani nel 1945 per il timore che i sovietici se ne impossessassero, e che era stata conservata a Fort Knox.

Queste vicende mi sono tornate alla mente quando il mese scorso sono riesplose le polemiche attorno all’ostentazione di simboli religiosi in contesti politici ed istituzionali da parte di Matteo Salvini e si è riacceso il dibattito sulla laicità dello Stato. Chi prendeva le difese dell’ex ministro degli Interni lo faceva evocando precedenti storici come l’utilizzo dello scudo crociato da parte del partito della Democrazia cristiana, o il distintivo con la Madonna nera di Czestochowa che Lech Walesa indossava durante i negoziati col governo polacco. Personalmente non mi interessa un’apologia del leader della Lega: vorrei piuttosto allargare il discorso per avvalorare una tesi di cui sono profondamente convinto, e cioè che religione e politica non potranno mai essere interamente separate. E poiché non potranno mai essere separate, l’obiettivo deve essere piuttosto quello di articolarle nel modo più sano possibile per evitare le patologie ricorrenti nel corso della storia.

Religione e politica non potranno mai essere separate per due motivi. Il primo è che la religione ha da sempre svolto anche la funzione sociale di tenere insieme una comunità umana: religione viene dal latino “res ligare”, cioè legare insieme le cose, e la cosa pubblica, la repubblica, è la prima delle cose che hanno bisogno di coesione. I re dei sumeri, la più antica civiltà che si ricordi, erano allo stesso tempo sacerdoti, e fra le cariche di cui fu insignito Caio Giulio Cesare c’era anche quella di Pontifex maximus, la più alta autorità religiosa romana. Che abbia davvero visto nel cielo notturno una croce luminosa con la scritta “in hoc signo vinces” oppure no, Costantino sapeva perfettamente che il potere politico ha bisogno di una sanzione sacrale per funzionare, e che la legittimità che viene dalla forza delle armi o da qualche altro principio secolare non è sufficiente. A tutto questo i pensatori moderni, sia cristiani che laici ma oggi soprattutto i primi, obiettano che la funzione politica che storicamente il cristianesimo ha avuto non rispecchia la sua più profonda natura, la quale riguarda piuttosto la verità del rapporto di ogni persona col suo Creatore e col suo Redentore e i doveri universali che ne derivano. La coincidenza fra identità nazionale, indipendenza politica e tradizione religiosa cristiana, che si dà nel caso di alcuni paesi come per esempio Polonia e Ungheria, sarebbe solo un accidente della storia, che nulla ha a che fare con la vera esperienza cristiana. Quando milioni di polacchi pregano coi loro rosari lungo i confini della Polonia allo scopo di preservare l’identità cristiana del loro paese (ripetendo in qualche modo il gesto dei dignitari comunisti ungheresi di trent’anni prima), starebbero in realtà riducendo il cristianesimo alla sua secondaria funzione politica, tipica delle religioni pre-cristiane, e disperdendo la sua valenza spirituale universale.

Questa critica però manca di realismo e pecca di astrattezza. Se non avesse incontrato sulla sua strada un Costantino che ha gettato le basi perché diventasse religione di Stato (sotto Teodosio), il cristianesimo sarebbe rimasto un culto minoritario e i cristiani una comunità residuale alla stregua degli zoroastriani, degli yazidi, dei drusi, dei mandei, ecc. Il suo posto nella storia lo avrebbe preso il culto di Mitra, molto diffuso fra i legionari romani, e noi non avremmo avuto non solo gli splendori della civiltà cristiana insieme alle ambiguità dell’alleanza fra trono e altare, ma nemmeno i santi cristiani. Non solo non avremmo avuto Michelangelo, ma nemmeno san Francesco; non solo nessun Dante Alighieri, ma nemmeno un Benedetto da Norcia, una Teresa d’Avila, un Giovanni Bosco, ecc. Piuttosto che teorizzare un cristianesimo spirituale e universalista che ha orrore di ogni eventuale recupero politico, e condannare alla “damnatio memoriae” quindici secoli di storia europea, sarebbe meglio ragionare in termini di saggezza della Provvidenza: il cristianesimo religione civile degli Stati europei è stato l’alveo necessario dentro a cui il cristianesimo genuino dei santi (mistici,  sociali, martiri, ecc.) e più in generale l’esperienza autentica offerta a ogni credente della vicinanza misericordiosa di Dio all’uomo in Cristo, si è potuto realizzare. È stato lo strumento storico che ha creato le condizioni sociali, politiche e culturali per il perseguimento della santità possibile per i piccoli come per i grandi.

Il secondo motivo del legame irriducibile fra religione e politica è che la politica si fonda sul governo di entità che sono necessariamente territoriali, i territori hanno confini e i confini, per essere preservati, hanno bisogno di essere sacralizzati. L’esempio ungherese dimostra che non serve un politico cristiano conservatore alla Viktor Orban per afferrare il concetto, ci arrivavano benissimo i dignitari comunisti del genere di Janos Kadar. Che un esponente sovranista come Matteo Salvini avrebbe a un dato momento fatto ricorso alle simbologie religiose per caratterizzare la sua posizione, era del tutto prevedibile. I sovranisti rivendicano la sovranità nazionale contro le dinamiche della globalizzazione e contro la devoluzione dei poteri nazionali all’Unione Europea: è assolutamente ovvio che debbano sacralizzare i confini degli Stati la cui sovranità intendono riaffermare, ed è inevitabile che per fare questo ricorrano al religioso. Gli anti-sovranisti ribattono che le dinamiche perverse della globalizzazione vanno combattute non restaurando i confini nazionali, ma lottando per una globalizzazione dei diritti contro la globalizzazione neo-liberale centrata sulla massimizzazione dei profitti. Facilmente cadono in contraddizioni di cui non possono liberarsi.

Ha destato sensazione la risposta con cui il superiore generale dei gesuiti padre Arturo Sosa Abascal ha negato l’esistenza personale del diavolo nel corso dell’intervista che gli ho fatto il 21 agosto scorso, ma c’è almeno un’altra sua risposta che avrebbe dovuto sollevare altrettante discussioni: quella con cui il religioso ha affermato che migranti e indigeni godono degli stessi diritti in relazione ai beni della terra, e pertanto i secondi non hanno il diritto di tenere i primi fuori dai loro confini in nessun caso. In sintesi, padre Sosa propone l’abolizione di tutte le frontiere in nome dei diritti umani universali. Che, come aveva affermato nel corso della sua conferenza al Meeting di Rimini, uniscono credenti e non credenti, cioè stanno prima delle opzioni religiose.

Due sono le contraddizioni in cui a mio parere incorre il superiore dei gesuiti. La prima riguarda il rapporto che lega culture e frontiere. A una mia domanda che esprimeva perplessità sul fatto che l’Instrumentum Laboris del Sinodo per l’Amazzonia contenesse ripetuti elogi nei confronti del culto degli spiriti praticato dagli indios, padre Sosa mi ha risposto che il cristiano deve valorizzare in ogni modo il pluralismo delle culture (e dunque anche delle religioni), poiché esse esprimono la ricchezza del volto di Dio, sono parte della somiglianza dell’uomo col suo creatore. Qui però c’è un problema: culture e civiltà crescono e si consolidano se vengono difese politicamente e militarmente, e la difesa politica e militare richiede necessariamente delle frontiere. Non fa differenza che queste ultime siano difese con le lance e le frecce degli indios, con le legioni e i valli romani, o col sofisticato sistema di difesa anti-missilistico israeliano: in ogni caso senza frontiere non c’è pluralismo culturale e di civiltà. Senza frontiere si va verso l’omologazione culturale universale, che nel contesto di un sistema economico centrato sul tasso di profitto crescente è omologazione materialista consumista, è impoverimento antropologico generalizzato anche se la gente è vestita e nutrita meglio di prima.

La seconda contraddizione riguarda il fatto che anche quando non ci fossero più frontiere gli esseri umani continuerebbero ad avere bisogno della religione intesa come res-ligare, cioè come fattore di coesione sociale. Lo sapevano anche i sociologi positivisti che in nome del sapere scientifico giudicavano semplice superstizione le religioni storiche, cristianesimo compreso: il primo di loro, Auguste Comte, si inventò una laica “religione dell’umanità”  per riempire il vuoto lasciato dalla cancellazione positivista delle religioni storiche.

È facile pensare che l’abolizione delle frontiere in nome dell’universalità dei diritti umani avrebbe come conseguenza la progressiva estinzione delle religioni storiche, il cui sviluppo istituzionale si è fondato per secoli sull’esistenza e sulla sacralizzazione di quelle frontiere. Che cosa le sostituirebbe, in un mondo politicamente unificato? A colpo d’occhio, si direbbe che il loro posto sarebbe preso da un culto ecologista. Tutti gli esseri umani sarebbero obbligati o vivamente esortati ad adempiere precetti e comandamenti relativi alle energie rinnovabili, alle attività climalteranti, alla conservazione della biodiversità, all’astensione dall’uso della plastica, dal consumo della carne e del pesce, dai viaggi in aereo, ecc. All’amore per Cristo si sostituirebbe la devozione alla Madre Terra, al culto di Maria e dei santi si sostituirebbe il culto di Gaia. Non sarebbe qualcosa di cui i gesuiti potrebbero dirsi orgogliosi.

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