Il guaio di una magistratura dove l’appartenenza conta più del merito

Il Foglio, 1 Giugno 2019

Al Direttore – Un paese che ha serenamente accettato che la sua magistratura possa organizzarsi secondo correnti politiche, specificamente incaricate della spartizione degli uffici direttivi e della gestione dei procedimenti disciplinari, non ha diritto di “sorprendersi” per le dinamiche affaristiche, o viceversa conflittuali, che ciò determina nella prassi. Chi ancora crede nell’indipendenza del potere giurisdizionale, intesa come facoltà di ogni singolo magistrato di operare secondo coscienza resistendo a influenze esterne e a inevitabili pressioni corporative, dovrebbe invece trarre dagli ultimi avvenimenti il coraggio di denunciare l’assurdità del sistema. A prescindere dal giudizio sulle persone coinvolte, che hanno tutte pregi e difetti, ma non sono certamente tutte uguali. 

                                                                     Francesco Compagna

Un paese che ha serenamente accettato che la sua magistratura possa organizzarsi secondo correnti politiche è un paese fottuto. Ma lo è anche un paese che di fronte alla politicizzazione delle correnti della magistratura si indigna solo se a prevalere è la corrente che supporta un magistrato che non si ama. La storia della successione alla procura di Roma, con tutti gli schizzi di fango conseguenti, non è però solo la storia di un paese che non si preoccupa di avere una magistratura in cui l’appartenenza conta più del merito. E’ anche la storia di un paese dove i magistrati diventano buoni o cattivi a seconda delle proprie idee politiche, a seconda del proprio posizionamento, a seconda di quanto siano stati critici o no con alcune inchieste mediatiche  o con alcuni magistrati specializzati in indagini da talk show. E trovare dalla stessa parte della barricata i follower di Piercamillo Davigo, gli amici di Marco Travaglio, le amazzoni di Di Matteo e il nuovo uomo nero del circo mediatico-giudiziario, Luca Palamara, non ha prezzo. Arislurp.

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