
“Più libri più liberi”, fiera nazionale della piccola e media editoria che si terrà a Roma dal 4 all’8 dicembre 2026, rischia di diventare un appuntamento editoriale, caratterizzato da una sfrontata operazione ideologica. Quando Giorgia Meloni denuncia la richiesta di un cosiddetto patentino antifascista per partecipare all'evento, non sta semplicemente reagendo a una norma burocratica o a un capriccio organizzativo della Fiera della piccola e media editoria. Sta sollevando il velo su un meccanismo più profondo e pericoloso che intende colonizzare il libero pensiero: la trasformazione dell'accesso alla cultura in un privilegio riservato a chi sottoscrive l’ortodossia del momento. Per poter esporre le proprie opere o semplicemente per far parte della kermesse culturale, le case editrici sarebbero chiamate a riconoscere e condividere i valori antifascisti alla base dell'iniziativa. Sotto la superficie di una richiesta apparentemente nobile che richiama il superamento delle sofferenze del passato, si nasconde una prassi di esclusione che non ha nulla di diverso dalla censura preventiva. Se un editore deve dichiarare la propria fedeltà a un preciso orientamento politico per poter aprire uno stand, allora il libro smette di essere un oggetto di scambio intellettuale e diventa un certificato di conformità ideologica. Chiunque abbia una coscienza civile sa che la lotta al fascismo è stata vinta proprio attraverso la difesa delle libertà civili e del pluralismo espressivo, non tramite l'istituzione di un tribunale morale permanente. Chiedere ai partecipanti alla fiera di sottoscrivere una domanda di riconoscimento dei valori antifascisti equivale a creare una zona franca dove solo le voci approvate dal comitato organizzatore possono risuonare liberamente. Giorgia Meloni coglie correttamente questo punto critico definendo l'iniziativa un'inaccettabile forma di censura. La sua posizione non è quella di chi vuole cancellare il passato, ma di chi difende la capacità del presente di essere libero da imposizioni arbitrarie. Se permettiamo che una fiera culturale diventi il presidio di una specifica sensibilità politica, il rischio è che ogni spazio di espressione, dal teatro alla scuola fino agli scaffali delle librerie, venga progressivamente sterilizzato dalle voci divergenti. Se l'autorità decide cosa sia accettabile o meno in base ad un'agenda politica predeterminata, allora il libro non è più libero e lo spazio pubblico si restringe ogni volta di più. I critici del governo potrebbero obiettare che la richiesta non sia altro che un modo per garantire l'identità dell'evento, assicurando che la cultura proposta non sia intrisa di derive autoritarie. È una difesa che regge solo se il concetto di autorità non viene trasformato in uno strumento di controllo permanente. Il paradosso è proprio questo: si vuole proteggere la libertà culturale attraverso un atto che ne limita l'esercizio universale. Se la cultura deve essere protetta, va protetta dalla paura del dissenso, non dall'esclusione sistematica di chi non condivide lo stesso vocabolario morale dell'organizzatore. In questo contesto, la reazione della premier assume una valenza politica necessaria per i moderati italiani. Difendere il diritto di esistere dei libri che non si conformano al diktat del momento significa difendere la tenuta stessa delle nostre istituzioni democratiche. La cultura deve essere un luogo di scontro, di dibattito e persino di attrito; se viene trasformata in un coro uniforme dove ogni partecipante deve mostrare il proprio patentino di fedeltà, perde la sua funzione primaria di specchio della complessità umana. La sfida posta dalla fiera Più libri più liberi è una prova di resistenza per la libertà di espressione dell’Italia. (am)