La censura del politicamente scorretto

11 Settembre 2019

Il conformismo ideologico progressista e la tirannia del politicamente corretto sembrano diffondersi sempre di più nella società moderna. Ciò avviene con leggi liberticide, con regole di comunicazione pubblicitaria che nessuno può permettersi di violare (ricordate la vicenda Barilla?) e da ultimo con la censure dei social network contro i partiti di estrema destra. Perché ciò che non è condiviso dai più non può nemmeno essere pubblicato?

Ne avevamo scritto con preoccupazione qualche tempo fa e vi segnaliamo oggi i recenti articoli di Mattia Feltri e di Marcello Veneziani.

L’INQUIETANTE RITORNO DEI REATI DI OPINIONE

Dopo lunghi mesi di dibattito politico-parlamentare volto a denunciare, spesso in modo frettoloso, la ritenuta incompatibilità fra la sanzione penale astrattamente prevista per il delitto di diffamazione e la libertà di cronaca giornalistica, non può non lasciare interdetti la sostanziale noncuranza dimostrata dalla gran parte degli animatori di quel dibattito rispetto al riaffacciarsi sulla scena di proposte di riforma volte all’utilizzo dello strumento penale nei confronti di “chi nega crimini di genocidio o contro l’umanità”, come suggerito da un emendamento che ha recentemente trovato fortuna nella Commissione Giustizia del Senato.

In un Parlamento caratterizzato da molti neofiti non è certo la presenza di qualche proposta strampalata a poterci sorprendere più di tanto, quel che stupisce – e che per certi versi indigna – è la completa indifferenza ai principi liberali contenuti nella nostra Costituzione da parte di quell’opinione pubblica benpensante che non perde invece occasione di predicare l’assoluta intangibilità della Costituzione repubblicana rispetto a qualsiasi ipotesi di riforma allorquando si tratti invece di riscrivere i rapporti fra Governo e Parlamento, di richiamare i sindacati a posizioni più responsabili o semplicemente di ridurre alcune pensioni molto elevate e totalmente disancorate dai contributi effettivamente versati.

L’art. 25 della Costituzione prevede che si venga puniti per dei “fatti” e non per delle opinioni, per quanto sbagliate esse possano apparire; ogni tentativo di incriminazione delle forme di manifestazione del pensiero ha sempre cercato di far leva sugli eventuali profili espressivi che ledano la posizione di un terzo (come nel caso dell’ingiuria o della diffamazione) o che costituiscano in qualche modo un pericolo (come nel caso dell’apologia di reato o della pubblica istigazione). Che qualcuno immaginasse di incriminare esplicitamente “colui che nega” non era probabilmente mai avvenuto nell’Italia unita.

L’assurdità di una simile proposta appare talmente evidente, ed è stata così opportunamente stigmatizzata dall’Unione delle Camere Penali (uno dei pochi baluardi del garantismo e della civiltà giuridica in un paese irrimediabilmente confuso dai professionisti anti-mafia ed anti-casta e dagli anomali circuiti comunicativi della cronaca giudiziaria), da non meritare commenti troppo seriosi. Piuttosto, viene da chiedersi da dove nasca questa nuova esigenza di incriminare le opinioni sbagliate sulla shoah, sui criminali di guerra, sulle donne e addirittura sull’omosessualità.

Difficile dare una risposta convincente, anche perché la pochezza programmatica della sinistra politicamente corretta potrebbe forse spiegare almeno una parte del fenomeno. Ma c’è probabilmente anche qualcosa di più, c’è in qualche modo l’incapacità di una parte dell’opinione pubblica di accettare l’esistenza di piccoli o grandi minoranze, quasi si pensasse di non poterle convincere in modo democratico e di doverle pertanto “normalizzare” con un intervento sanzionatorio.

Talvolta sembra così fragile la politica, nella sua capacità di diffondere idee e valori condivisi, da saper ricorrere soltanto alla sanzione, nell’illusione di poter distinguere molto banalmente i buoni dai cattivi e di poter convincere gli elettori a catalogare decisamente fra i primi il proponente di turno.

 

Francesco Compagna

 

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